A.N.P.I. di Cervia

«Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.» (Antonio Gramsci)

10 FEBBRAIO – GIORNO DEL RICORDO: PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE 2013

1 Commento

giorno del ricordo«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.» Legge n. 92 del 30 marzo 2004

PROGRAMMA 2013 DELLE INIZIATIVE A CERVIA

5 febbraio – 15 febbraio – Biblioteca comunale di Cervia
“I Martiri delle Foibe e le vittime dell’esodo istriano”
Mostra di libri dedicati alle Foibe e alle vittime dell’esodo istriano, rivolta alle scuole di Cervia.
Organizzata dalla Biblioteca comunale. La visita alla mostra prevede anche letture di testi, a cura del personale della Biblioteca.
Prenotazioni: Biblioteca comunale tel.0544-979384 – 979386

9 febbraio, ore 11.00 – Parco pubblico Martiri delle Foibe (in fondo a via Pegaso)
Deposizione della corona in memoria del giorno del ricordo
Con la presenza del sindaco Roberto Zoffoli

9 febbraio – 17 febbraio – Sala Rubicone
Mostra d’arte di Micaela Zannoni dedicata al “Giorno del Ricordo”
Orari di apertura ore 16.00 – 18.30.
Organizzata in collaborazione con l’ANPI e con l’Associazione culturale “Menocchio”
Inaugurazione 9 febbraio ore 17.00.

13 febbraio, ore 20.30 – Sala conferenze Palazzina comunale Piazza XXV aprile
“Dalla sconfitta all’esodo delle popolazioni della Venezia Giulia”
Incontro pubblico sul dramma dei profughi istriani.
Intervento di Alessandro Luparini. Moderatore Giampietro Lippi.

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One thought on “10 FEBBRAIO – GIORNO DEL RICORDO: PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE 2013

  1. FORSE SAREBBE IL CASO CHE VI DOCUMENTIATE.
    PUBBLICATO SU “PATRIA INDIPENDENTE” NEL 2004:

    QUANDO SI INCOMINCIÓ A PARLARE DI FOIBE?
    RISTABILIAMO LA VERITÀ STORICA

    Poiché la stampa nazionale, salvo talune eccezioni, scrivendo a proposito delle foibe si ostina a non tener conto delle vicende storiche accadute nonché delle brutali violenze perpetrate fin dalla conclusione del primo conflitto mondiale nei confronti delle popolazioni slovene e croate venute a far parte del Regno d’Italia, è opportuno ritornare sull’argomento per farlo conoscere agli italiani poco attenti ed in particolare ai demotivati giovani d’ oggi. Ciò non significa giustificare alcunché, ma certamente non è possibile ignorare le responsabilità del nazionalismo italiano e del fascismo nei confronti delle popolazioni slave e delle minoranze in generale.
    Gaetano Salvemini, professore universitario, politico, critico del malcostume giolittiano, amico di Cesare Battisti, volontario combattente sul Carso, deputato al Parlamento e antifascista, il 14 maggio 1915, dieci giorni prima dell’ingresso italiano nella Grande Guerra, così scrisse: “Se prevarranno i livori ed i rancori locali degli italiani di Trieste e dell’Istria contro gli slavi, tristi giorni si prepareranno al nostro Paese. Se sapremo guardare al problema dei rapporti italo-slavi da un punto di vista superiore a quello delle lotte comunali, locali, personali, la sostituzione della bandiera italiana a quella austriaca in Trieste e Pola rappresenterà in Europa una solida garanzia di pace e civiltà”.
    Ma così non fu. La guerra si rivelò lunga e sanguinosa, e sebbene i soldati italiani si battessero con valore, la disastrosa rotta di Caporetto fu imputata dal Gen. Cadorna ai fanti “vilmente ritiratisi e arresisi”. Le decimazioni e le fucilazioni dei “vili” furono all’ordine del giorno. Non si ottennero però grandi successi, bensì un’ecatombe di combattenti e di vittime civili. La guerra ebbe fine quando ancora truppe imperiali occupavano territori italiani.
    Dopo la vittoria, Vittorio Emanuele III nominava governatore delle terre annesse – che risultavano essere abitate da popolazioni slovene e croate in una percentuale del 58% – il Gen. Carlo Petitti di Roreto, il quale non mancò di richiamare quei comandanti militari a lui sottoposti che avevano ordinato ai sacerdoti slavi di predicare in lingua italiana.
    Le disposizioni del Governatore militare non vennero ascoltate, sebbene fosse stato messo alle stampe e letto nelle chiese un proclama che recitava: “Sloveni d’Italia, la grande Nazione della libertà, venuta a voi, vi lascerà l’uso della vostra lingua e la nazionalità delle vostre scuole, assai più che non abbia concesso a voi l’Austria…”
    Tali promesse non furono mantenute; esplose invece la violenza in tutte le località dell’Istria, tanto che nell’agosto del 1920 il deputato Giovanni Cosattini (nel 1945 Sindaco della Liberazione della città di Udine) denunciò alla Camera che “dalle 500 alle 600 persone furono internate senza evidente motivo. Si vedeva in ogni slavo un nemico od una spia; da qui la politica del terrore e della persecuzione… Nei villaggi slavi la legge, la libertà, il diritto non contano nulla. Vi regna l’arbitrio del Comandante locale, del Commissario comunale, del brigadiere dei carabinieri… Lo scioglimento delle associazioni, il divieto delle riunioni, la persecuzione dei maestri, le perquisizioni che arrivano senza alcuna autorizzazione della magistratura e senza garanzie legali.”
    Anche il nazionalista Attilio Tamaro in un suo articolo pubblicato su “La Riscossa” nel 1919 espresse così la sua dura critica: “ L’Italia ha mandato ed ha permesso che si spingesse qui un’impressionante quantità di impiegati corrotti o corruttibili che ammorbano il mondo degli affari e gli animi dei cittadini… Ricordiamo, quale ultimo e triste esempio, che i carabinieri, altamente benemeriti, hanno preso l’insopportabile abitudine di percuotere gli individui che arrestano. Essi seminano vento e si raccoglierà tempesta.” Furono espulsi e sostituiti i dipendenti pubblici, i ferrovieri, i marittimi. Nella città di Pola vennero cacciati dall’Arsenale e dai Cantieri gli operai e i tecnici croati e sloveni. Lo stesso vescovo castrense dell’esercito mons. Angelo Bortolomasi, che per ordine superiore aveva sostituito il vescovo di Trieste e Capodistria, il mons. sloveno Andreas Karlin, indirizzò una lettera al Presidente del Consiglio Giolitti, in cui riferiva: “ Ho dovuto fare constatazioni dolorose… Gruppi di fascisti, con minacce e a mano armata, intimarono che non si dovesse più tener canti popolari o discorsi in lingua slava… Taccio di scene anche particolarmente brutali… Le popolazioni sono irritatissime da queste violenze… Temo una grave reazione.”
    L’odio contro gli italiani si diffuse e divenne generale. Si colpiva a casaccio e con ferocia, come raccomandava Mussolini, si esiliavano in Sardegna maestri e sacerdoti, si bastonava chi non si toglieva il cappello di fronte ai fascisti. Molta gente incominciò a rifugiarsi nei boschi assieme ai parroci per poter fuggire dalle continue violenze e dalle spedizioni punitive.
    Si giunse pure a modificare i nomi e i cognomi slavi per adeguarli alla lingua italiana, vennero proibite le scritte slave anche sulle pietre tombali e quelle sulle corone di fiori per i defunti. Il “Popolo di Trieste” scriveva il 27 giugno1927.” I maestri slavi, i preti slavi, i circoli culturali slavi, sono tali anacronismi e controsensi in una regione annessa da nove anni e dove non esiste una classe intellettuale slava, da indurre a porre un freno immediato alla nostra longanimità e tolleranza”.
    Dopo l’inserimento nelle scuole di maestri “regnicoli”, si verificarono anche fatti riprovevoli, con punizioni corporali nei confronti degli scolari che faticavano ad imparare la lingua italiana. Il fascismo di frontiera continuava intanto la sua feroce pulizia etnica dando alle fiamme case del popolo, librerie, circoli culturali, società operaie, cooperative, banche e alberghi, cercando così di annientare la cultura e la dignità delle genti slave. L’Austria non aveva avuto tale comportamento nei confronti dei propri sudditi slavi.
    In 69 località dell’Istria e del Goriziano si verificarono incidenti con tanto di scontri a fuoco, motivati dalla legittima difesa contro le squadracce del gerarca Francesco Giunta. In quegli anni, circa sessantamila sloveni e croati emigrarono nelle due Americhe e nel Regno di Jugoslavia. Carichi di rancore contro l’Italia fascista, molti di questi sarebbero tornati alle loro terre dopo il crollo del regime mussoliniano con animo ostile e covando desiderio di vendetta.
    Intanto il tribunale speciale fascista emetteva continuamente condanne a morte ed a molti anni di reclusione: nei migliori dei casi vi era la deportazione nelle isole dell’Italia meridionale. La dittatura fascista durava per 21 lunghi anni, fino a quel crollo, avvenuto nel pieno della tragedia della seconda guerra mondiale, dalla stessa dittatura tanto auspicata, in corrispondenza del quale occorse l’insurrezione degli sloveni e dei croati delle terre annesse all’Italia con il trattato di Rapallo.
    Concludendo questa breve ricerca sulle testimonianze relative al fascismo di frontiera, dalla fine del primo conflitto mondiale fino al 1930, sarà opportuno leggere quanto scrisse il gerarca e ministro dei lavori pubblici Giuseppe Cobolli Gigli, figlio del maestro sloveno Nicolaus Kombol. Costui, autore di opuscoli a carattere politico, sosteneva nel 1927 la necessità della pulizia etnica del suo stesso popolo attraverso la sostituzione degli agricoltori sloveni con coloni italiani provenienti dalle province del Regno. Al ministro piaceva una particolare canzone che allora accompagnava le azioni violente degli squadristi, canzone che egli stesso pubblicò con una propria introduzione: “La musa istriana ha chiamato FOIBA il degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionale dell’Istria.” I croati che quindi insistevano nel parlare la propria lingua materna correvano il pericolo di trovarvi l’ultima dimora, così come in effetti successe a molti di loro. Il canto così minacciava:

    A Pola xè l’Arena
    la Foiba xè a Pisin
    che buta zo in quel fondo
    chi gà un zerto morbìn.
    E chi con zerte storie
    fra i piè ne vegnarà
    dìseghe ciaro e tondo:
    “feve più in là, più in là”

    Se ne deduce che l’atroce uso delle foibe è un brevetto del regime fascista.
    Riflessione; le violenze squadriste antiche e recenti, la snazionalizzazione degli sloveni e dei croati, le persecuzioni, i tribunali speciali, le tragedie delle aggressioni militari ai Paesi d’Europa, le fucilazioni e le rappresaglie contro i civili, le deportazioni nei lager, l’eliminazione dei sospetti, l’incendio dei paesi, l’Adriatisches Künstenland, le vendette, le foibe, l’esodo, hanno un solo responsabile: il fascismo.

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