A.N.P.I. di Cervia

«Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.» (Antonio Gramsci)

Liberazione di Cervia

Giampietro Lippi

LA LIBERAZIONE DI CERVIA (22 ottobre 1944)

Quarantotto ore prima della Liberazione, diversi responsabili a Cervia dell’attività partigiana si ritrovarono nell’abitazione di Vanda Penso, sorella di Dino, per discutere su come liberare la città senza arrecarle danni eccessivi. Erano presenti Dino Penso (responsabile delle Squadre di Azione Patriottica/SAP), Angelo Giovanetti «Moro» (responsabile dei Gruppi di Azione Partigiana/GAP), Agostino Giannettoni, (responsabile del Servizio Informazioni), Agide Samaritani «Sergio» (responsabile del PCd’I) e alcuni altri. Ad un certo punto la discussione si bloccò a causa dell’atteggiamento di Giovanetti che richiedeva la presenza di Olindo Boselli, non invitato perché la riunione doveva restare ristretta a pochi, e che accusava Giannettoni di avere rapporti con i fascisti. Giovanetti, quando si accorse che non poteva spuntarla, se ne andò creando un importante vuoto nell’organizzazione partigiana.

Il gruppo decise, tuttavia, di disporre i partigiani dietro le linee tedesche, in prossimità delle postazioni di mitragliatrici, in modo di avvicinarsi ai tedeschi e di attaccarli alle spalle al momento opportuno. La cosa avrebbe potuto funzionare se un violentissimo acquazzone non avesse costretto i soldati ad abbandonare le loro postazioni. I partigiani non sapevano più ove fossero le nuove linee tedesche e ciò, evidentemente, creò imbarazzo e indecisione. Ciò causò anche la morte di Giuseppe Vannucci, catturato con Giuseppe Dallamora: incamminati verso un comando tedesco, i due partigiani furono colpiti alle spalle e Dallamora, creduto morto ma soltanto ferito, poté salvarsi.

Il giorno successivo, sabato, i dirigenti del partigianato, vista la situazione confusa, decisero di contattare gli alleati – che dovevano ormai trovarsi nei paraggi – tramite Alma Giannettoni e Dino Penso; essi, dopo una avventurosa e pericolosissima camminata, facendo finta di essere una coppia di innamorati, raggiunsero le prime avanguardie canadesi nei pressi dell’idrovora di Tagliata.

Alma Giannettoni ricordava l’incontro con i Canadesi nel modo seguente:

«Abbiamo dovuto sdraiarci a terra perché loro hanno minacciato di spararci addosso… Quando ve-devano qualcuno andare di là, se non avevano una parola d’ordine… Allora loro hanno incominciato a sbraitare. Io ho pensato: “Quelli là (i Tedeschi) ci sparavano nella schiena, ma questi ci sparano nel petto!”. Noi abbiamo alzato le mani e gridavamo: “Partigiani, partigiani!”. Loro hanno capito. Poi è venuto l’interprete».¹

Coriolano Mazzolani, sfollato con la famiglia a Pinarella, pensò di andare, assieme al figlio Cattaneo e al nipote che si chiamava come lui, incontro agli alleati a Tagliata, ove tentò di convincerli che si poteva Liberare Cervia senza colpo ferire, ma essi non gli credettero, anzi pensarono addirittura che quel «vecchio… poteva anche essere un fascista».² Soltanto l’intervento di un dimenticato tenente italiano, ufficiale di collegamento con le truppe alleate, riuscì a convincere il Comando alleato che Cervia poteva essere liberata senza particolari sforzi e disastri. Bisognava, però, che all’operazione partecipassero anche dei civili.

Intanto, Alma Giannettoni, che era rientrata a Cervia, dopo una rapida dormitina, era ripartita per Tagliata per accompagnare Samaritani e, durante il viaggio, si aggregarono a lei diversi altri partigiani. Nel frattempo, a Tagliata era arrivato anche Agostino Giannettoni. Gli alleati ebbero quindi la conferma che Cervia poteva essere liberata senza particolari sacrifici.

Partigiani e civili furono rapidamente addestrati nell’uso dei mitra Thompson e delle bombe a mano, quindi il gruppo di civili che facevano riferimento ai Mazzolani venne condotto per la notte a Cesenatico, mentre i partigiani si acquartierarono entro case coloniche. Purtroppo, nella giornata, un altro partigiano, Primo Padoan, era stato sorpreso dai Tedeschi ed ucciso.

Per la mattina successiva, si prevedeva la seguente organizzazione: i militari canadesi, guidati dai civili e dai partigiani, avrebbero percorso la strada statale, Agostino Giannettoni avrebbe rastrellato tutta la zona a mare dirigendosi verso Cervia, mentre un terzo gruppo, guidato da Nino Drudi e da Alma Giannettoni, avrebbe seguito un itinerario interno per poi congiungersi con il gruppo del fratello.

Dopo una notte di intensa preoccupazione, l’azione, pur con qualche distorsione, si sviluppò secondo le previsioni.

Oberdan Guidazzi, il sabato sera, era rimasto in casa sua insieme al padre, ad Enea Corsini (cugino del padre) e ai fratelli Boselli, Ferruccio ed Olindo (cognato di suo padre). Il padre lasciò intendere che il giorno successivo sarebbe stato un giorno particolare. Oberdan, il giorno dopo, domenica, si alzò molto presto e udì alcune esplosioni, una più forte delle altre: era saltato l’ultimo ponte sul canale. Uscì, ritenendo che i Tedeschi avessero abbandonato Cervia, si avviò verso Tagliata, raggiunse la statale e vide i primi soldati. Si aggregò al gruppo e gli venne dato un moschetto tedesco senza pallottole. Giunsero alle macerie della porta Cesenatico. I soldati canadesi aggirarono le macerie e, seguiti dai civili, imboccarono corso Mazzini. Ecco come Oberdan Guidazzi ha ricordato l’evento:

«… percorremmo tutto (corso Mazzini) tenendoci rasenti ai muri e arrivammo sulla piazza. Lì c’era già qualcuno, che ci accolse festosamente, mentre la campana del comune suonava, seguita da quella della chiesa. Io vidi mio babbo, i Boselli e Corsini arrivare dalla strada lungo il giardino Grazia Deledda e li salutai con un cenno festoso. In pochi minuti la piazza si riempì di gente che ballava e cantava Bandiera rossa, l’Internazionale, Fratelli d’Italia e altre cante fino ad allora proibite».³

Il gruppo con Oberdan Guidazzi andò a perlustrare la zona compresa tra la ferrovia e le saline. Parecchi partigiani, dopo aver occupato la casa del fascio, proseguirono con i Canadesi che trovarono una intensa difesa tedesca nella zona di Milano Marittima. I Tedeschi sparavano dai bunker e dalle colonie “Montecatini” e “Varese”. In via Volturno, verso il canale, morì il primo soldato canadese, ucciso da un cecchino. Nella battaglia, che infuriò fino a tutto il giorno 22, morirono altri quattro soldati canadesi e rimase ferito il partigiano Domenico Folli.

I cinque soldati canadesi che morirono per la nostra libertà si chiamavano: Clapp Frank V., MacCor-mak L.E., Beeswax W.A., Chambers A.E. e Chesney James L. Furono sepolti: uno in un’aiuola della piazza principale e quattro nel giardinetto “G. Deledda”. In seguito, le loro salme furono riesumate e trasferite nel cimitero alleato di Cesena.

La Giunta comunale nominata dal governatore militare Simpson affrontò problemi giganteschi, apparentemente insuperabili, ma con la collaborazione di tutti, Cervia potè rinascere. Io penso che siamo forti debitori di quella Giunta e che dobbiamo anche a lei la prosperità nella quale, oggi, nonostante la crisi, riusciamo a vivere.

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Note:

¹ Giannettoni, Alma. Intervista rilasciata a Massimo Massini, Cervia,1982
² Mazzolani, dr. Coriolano, Relazione, Cervia, 1984
³ Guidazzi, Oberdan, Ricordi di storia, Cervia, senza indicazione di data

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Foto di alcuni dei liberatori citati nell’articolo (clicca per ingrandirle)

   

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One thought on “Liberazione di Cervia

  1. E’ fatto bene. Non vedo però citato Carluccio Saporetti che molto fece. Io ricordo anche una sera che Carluccio, Pierino Zattoni,mio Padre erano a casa nostra per ascoltare radio Londra. Ho ancora la vecchia Radio ( che funziona) .L’ho trovata a casa dei miei e penso sia quella. Ho anche il suo mobiletto per sostenerla. Era il mese di ottobre del 44 ( la stufa economica era accesa). Ad un certo punto dopo la 5 ° di Bethoven il colonnello Stewens Harold ( Mi pare) ricordò ai cervesi che un gerarca cervese aveva fatto macellare due maiali alla Bassona ( come aveva fatto a saperlo non so proprio) mentre i cervesi pativano la fame. Poi disse una frase in codice( tipo : le stelle stanno tramontando). Al che in casa mia si alzo un urlo di gioia. Era l’annuncio della vicinissima liberazione da parte degli alleati . Difatti di lì a pochi giorni sentimmo le campane suonare a distesa . Noi eravamo rifugiati nell’atrio dell ‘Ospedale , ospiti di Romano Sbrighi che ne era il Direttore amministrativo.Misi la testa fuori dal portone e vidi passare ( li vedo ancora) gli ultimi nazisti ( nazional -socialisti ) .Chi in bicicletta, chi su di un carretto, chi a piedi …. una fuga rovinosa.
    Ecco quello che mi ricordo io e avevo 5 anni.
    Giorgio Montanari

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